Pensioni, ultimissime all'8/09 sull'APE donna, sull'AdV e sulle rivalutazioni

Pensioni, ultimissime all'8/09 sull'APE donna, sull'AdV e sulle rivalutazioni

Dal 2018 le donne che lavorano nel settore privato andranno in pensione alla stessa età degli uomini: ovvero, 66 anni e 7 mesi. È quello che il Governo ha illustrato ai sindacati per rendere più accessibile l'Anticipo pensionistico social nel corso del round di ieri sulla previdenza.

Stanti così le cose, l'età per l'accesso alla pensione di vecchiaia (66 anni e 7 mesi, appunto) sarà la più alta in Europa: in Germania, per esempio, il passaggio a 67 anni per l'uscita dal lavoro è previsto non prima del 2030 (si comincerà con i nati nel 1963), in Francia dopo il 2022 e nel Regno Unito nel 2028 e in Spagna nel 2027. Una riduzione dei requisiti contributivi per le donne con figli che intendono accedere all'Ape social, l'anticipo pensionistico riconosciuto alle categorie svantaggiate. Il governo ha confermato l'impegno a ripristinare dal 2019 la rivalutazione quasi piena delle pensioni in essere, applicata per scaglioni e non per fasce di reddito. "Abbiamo visto - insiste Poletti - che sull'Ape social c'è un numero di domande da parte delle donne significativamente più basso rispetto agli uomini, in ragione della carriera e dei versamenti previdenziali".

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Concretamente, l'alleggerimento del requisito contributivo per l'Ape sociale dovrebbe favorire le donne impegnate in alcune delle mansioni faticose in cui è più rilevante la presenza femminile: maestre d'asilo innanzitutto, quindi infermiere e addette ai servizi di pulizia. Si prevede un ampliamento della platea e un possibile aumento dall'attuale 29% delle domande delle donne ad un 40%. Cgil, Cisl e Uil chiedono un rinvio. L'Ape era stato richiesto da 11.668 donne. Come già riferito al Governo, lo Smi sostiene che non si può costringere le professionisti nel campo sanitario a stare a quella età in prima linea, in settori alquanto frenetici come gli ospedali o cliniche. Governo e sindacati, invece, confermano la fine del congelamento dell'adeguamento delle pensioni al costo della vita. L'accordo prevedeva di ritornare al sistema della legge 388 del 2000, precedente quindi al decreto Letta, che secondo i sindacati "tutela in modo migliore il potere di acquisto dei pensionati". Ora la rivalutazione è al 90% tra tre volte e quattro volte il minimo e la percentuale scende al salire dell'importo fino ad attestarsi al 45% per gli assegni superiori a sei volte il trattamento di base. Cgil, Cisl e Uil presenteranno una loro controproposta nel prossimo incontro del 13 settembre che sarà valutata dal Governo, come ha fatto sapere il ministro del lavoro, Giuliano Poletti, presente al round di ieri insieme a Marco Leonardi (team economico di Palazzo Chigi).