Antimafia: relazioni tra mafia e massoneria, proibire segretezza

Antimafia: relazioni tra mafia e massoneria, proibire segretezza

La commissione ha votato all'unanimità una relazione sui rapporti opachi tra massoneria e clan. Per la Commissione, "l'esistenza di forme di infiltrazione delle organizzazioni criminali mafiose nelle associazioni a carattere massonico - si legge - è suggerita da una pluralità di risultanze dell'attività istruttoria della Commissione, derivante dalle audizioni svolte, dalle missioni effettuate e dalle acquisizioni documentali". Un'indagine che dimostra come i Gran Maestri, che si sono avvicendati in Commissione per giurare di non avere condannati o indagati per mafia tra i propri ranghi, abbiano mentito. Stavolta la deputata del Pd rileva che non esiste "il primario interesse alla impermeabilità dalle mafie" da parte delle obbedienze e il preteso rispetto delle leggi da parte della massoneria "si è rivelato più apparente che reale".

La Commissione nazionale antimafia ha denunciato un "interesse delle associazioni mafiose verso la massoneria fino a lasciare ritenere a taluno che le due entità siano divenute una cosa sola". A riportare oggi le parole della Commissione Antimafia è il portale Rai News: secondo quanto emerso dalla relazione, le associazioni massoniche nel tempo avrebbero assunto una sorta di arrendevolezza nei confronti della mafia, ribadendo in tal senso un'ampia quanto preoccupante tolleranza. È questo il periodo in cui le segnalazioni, "anche da parte di taluni massoni, circa infiltrazioni mafiose nella massoneria", sono diventate sempre maggiori nel numero e nell'attendibilità, tanto che talvolta si è arrivati "all'abbattimento di logge calabresi e siciliane, talvolta, anche "per possibile inquinamento malavitoso", dunque allo scioglimento delle organizzazioni locali. Non è stato però possibile procedere alla completa identificazione di tutti gli iscritti: oltre 3mila di questi massoni risultano privi di generalità complete. "Quanto meno è essenziale che chi si iscrive alle organizzazioni e svolge una funzione pubblica sia obbligato a dichiararlo, non si può invocare la privacy", ha concluso la presidente della Commissione. "Davanti alla Commissione ha sostanzialmente confermato le sue ampie dichiarazioni, peraltro riportate in diversi giudiziarie".

In termini di numeri, su 17.000 nominativi presi in esame, 193 sono risultati coinvolti in vicende processuali o interessati da procedimenti di prevenzione, giudiziari o amministrativi. Per il presidente Bindi, "se uno non rispetta le norme ci devono essere delle sanzioni previste anche nei confronti dell'organizzazione massonica, non solo del soggetto che aderisce". Si è fatto ricorso alla Corte dei diritti dell'uomo.

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Al contrario, 12 sarebbero ancora iscritti e attivi, di cui "10 presso logge del Grande oriente d'Italia, uno con una domanda di regolarizzazione presentata presso una loggia calabrese del Goi e membro del consiglio regionale della Calabria dal 2005 al 2010, il che fa desumere che fosse a quei tempi quantomeno pienamente iscritto ad altra obbedienza; uno, imprenditore agricolo, presso una loggia calabrese della Glri". Avrebbe fatto lui da tramite tra le cosche e le logge del Trapanese, cercando anche di intervenire sull'esito di un processo grazie all'influenza di alcuni fratelli.

"Esisteva un terzo livello di soggetti in relazione direttamente con Bernardo Provenzano, all'epoca, che consentiva alla mafia di avere benefici a livello di informazione da forze dell'ordine, magistrati, servizi segreti, ecc". Bindi ribadisce anche "la necessità di rendere conto: uno può essere iscritto ad un'associazione, ma lo dichiara, non lo tiene nascosto, perché occorre sapere con chi abbiamo a che fare, soprattutto se l'appartenenza all'associazione prevede il giuramento".