Scoperto magma sotto l'Appennino meridionale: "Nuova causa di terremoti di forte magnitudo"

Scoperto magma sotto l'Appennino meridionale:

Tutto contenuto in una ricerca pubblicata sulla rivista Science Advances e condotta dall'Istituto nazionale di Geofisica e Vulcanologia (Ingv) e dal Dipartimento di Fisica e Geologia dell'Università di Perugia. All'origine c'è un movimento di estensione dell'Appennino, che progressivamente si "allarga" tra il Tirreno e l'Adriatico. Come spiegano i ricercatori però, il pericolo non è imminente dato che è impossibile che l'area si riattivi in tempi brevi.

"Abbiamo scoperto che questi terremoti sono stati innescati da una risalita di magma nella crosta tra 15 e 25 chilometri di profondità", ha osservato Di Luccio.

"Un'anomalia - precisa l'esperta - legata non solo alla profondità dei terremoti di questa sequenza (tra 10 e 25 chilometri), rispetto a quella più superficiale dell'area ( 10-15 chilometri), ma anche alle forme d'onda degli eventi più importanti, simili a quelle dei terremoti in aree vulcaniche".

"Questo risultato - aggiunge Guido Ventura, vulcanologo dell'INGV - apre nuove strade alla identificazione delle zone di risalita del magma nelle catene montuose e mette in evidenza come tali intrusioni possano generare terremoti con magnitudo significativa".

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Incredibile la scoperta effettuata sotto l'Appennino meridionale in profondità nell'area del Sannio Matese, dove pare ci sia una sorgente di magma che potrebbe generare dei terremoti di magnitudo piuttosto significativa e ancora più profondi rispetto a quelli che si sono registrati nella stessa aria.

I dati raccolti hanno altresì evidenziato che i gas rilasciati e giunti in superficie liberi o disciolti negli acquiferi sono composti prevalentemente da anidride carbonica.

Lo studio della composizione degli acquiferi consente di evidenziarne anche l'anomalia termica. Il primo passo dello studio è stato fatto attraverso l'osservazione dei movimenti tellurici del Sannio-Matese, per poi arrivare alla modellazione delle condizioni di intrusione magmatica. I risultati di questo studio non modificano la pericolosità generale dell'area, ma come sottolinea la dottoressa Di Luccio, coordinatrice del gruppo di ricerca, "aprono nuove strade non solo sui meccanismi dell'evoluzione della crosta terrestre, ma anche sull'interpretazione e significato della sismicità nelle catene montuose ai fini della valutazione del rischio sismico correlato".